UN FIGLIO GAY E UNA FIGLIA CHE VUOLE CONVIVERE CON UN NON CREDENTE

di Laura Badaracchi

Sono soltanto due dei racconti di vita vissuta emerse da tante famiglie, anche cattoliche, ascoltate durante il terzo simposio sull’Amoris Laetitia sul tema “Il Vangelo dell’amore tra coscienza e norma”, organizzato a Roma dalla Cei. Occorre abbandonare il pregiudizio e il giudizio. «Dobbiamo tutti chiederci come Gesù di Nazaret risponderebbe alla famiglia che ha il figlio omosessuale», spiega il teologo Giuseppe Lorizio.-

Cosa fare come genitori quando un figlio dichiara di essere omosessuale o quando una figlia decide di andare a convivere con un ragazzo non credente? Si sono posti queste domande, a partire da casi concreti e reali di vita coniugale e familiare, i partecipanti al terzo simposio sull’Amoris Laetitia sul tema “Il Vangelo dell’amore tra coscienza e norma”, organizzato oggi a Roma dall’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei.

Oltre 50 teologi, vescovi, docenti di scienze umane, operatori ed esperti di pastorale, esponenti di associazioni, rettori di seminari si sono confrontati su questioni spinose che spesso creano fratture nelle relazioni familiari: lavoro, apertura alla vita, genitorialità difficile, convivenze, ingerenze delle famiglie di origine.

«Dobbiamo chiederci come Gesù di Nazaret risponderebbe alla famiglia che ha il figlio omosessuale, a quella che non sa barcamenarsi con un lavoro che implica problemi etici», ha fatto notare monsignor Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense.

Nel gruppo di lavoro che ha affrontato il caso di un figlio che a 18 anni dichiara ai genitori di essere gay e di aver avuto rapporti sessuali, dopo aver manifestato fin da bambino questa inclinazione, è emersa la necessità anzitutto di «un accompagnamento che richiede di abbandonare il pregiudizio e il giudizio», ha riferito lo psichiatra e psicoterapeuta Tonino Cantelmi, docente di scienze e tecniche psicologiche alla Pontificia Università Gregoriana. «Dai casi cominciamo a imparare come stare vicino a queste famiglie, per le quali ci vogliono aiuti necessari – ha aggiunto –. Le reazioni sono molto diverse: dalla colpevolizzazione di un genitore al rifiuto alla rottura dei rapporti familiari, fino allo schierarsi totalmente da una parte o dall’altra, creando fratture anche tra i genitori stessi». Cantelmi ha citato anche l’esperienza del vescovo di Parma Enrico Solmi, delegato della pastorale familiare della Conferenza episcopale Emilia Romagna, «vescovo di Parma, monsignor Solmi, che ha fatto un percorso di accompagnamento con i genitori di figli omosessuali».

Un altro caso che richiede dialogo e attenzioni è quello di una figlia, la maggiore di quattro, che ha comunicato ai genitori credenti di voler andare a convivere con il fidanzato non credente, «dichiarando anche di aver sempre subito in famiglia come un’imposizione l’educazione cristiana.

Una situazione molto più frequente di quanto non si pensi», ha commentato Orietta Grazioli, docente di diritto alla Lateranense, aggiungendo che i motivi della convivenza sono molto diversificati e che in alcuni casi «sposarsi è un lusso».

Frequente pure la situazione di ingerenza della famiglia di origine in quella appena formata, con l’invito a una pastorale attenta alle giovani famiglie e al ruolo dei nonni, che possono dare un contributo ma anche riconoscere i limiti del loro intervento; in proposito è stata auspicata una nuova formazione dei sacerdoti e dei formatori.

Spinoso anche il caso di una coppia con tre figli che a Iglesias lavora in una fabbrica di armi, vivendo il problema etico di un’occupazione che crea la morte di altre persone, ma non trovando sul territorio altri mezzi di sostentamento per la propria famiglia. «Avvertono che si tratta di pane insanguinato. A loro può essere chiesta una testimonianza, ma solo sulle loro spalle? Non coinvolge una comunità di credenti?», ha commentato don Roberto Repole, presidente dell’Associazione teologica italiana.

Per Salvatore Martinez, responsabile del Rinnovamento dello Spirito, bisogna «riformulare la teologia dell’esperienza, chiedendosi in che modo le persone imparano ad amare e in che modo si rimedia ai fallimenti dell’amore. Non si rimedia con le statistiche, né facendo appello alle scienze umane: urge un supplemento del primato della grazia, del soprannaturale. Le coppie che incontriamo chiedono un supplemento di amore».

Ina Siviglia, docente di antropologia teologica a Palermo, ha evidenziato «tensioni nella Chiesa: molti si sono aggrappati alla legge non negativa in se stessa, ma non punto di arrivo, perché la misericordia la supera di gran lunga. Il Vangelo invita a imparare ad amare perdonando, nella gratuità e nella generosità». Dal bene fondante al bene possibile, dunque, «oppure dal bene possibile risalire al bene fondamento», ha sintetizzato nelle conclusioni il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli, presidente della Commissione episcopale per la famiglia, i giovani e la vita.

da www.famigliacristiana.it

@Riproduzione Riservata del 12 novembre 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *