Storia di un trapianto padre-figlio. Quell’umanissimo e paterno dono di una nuova vita

di Ferdinando Camon

E’ una notizia così pasquale che più pasquale non si può. Una resurrezione. Nella forma umana in cui una resurrezione può avvenire, e cioè nella forma della lentezza: prima una inarrestabile perdita della vita, poi una lenta risalita verso la pienezza della vita. Sto parlando del bambino anglo-italiano Alex Montresor, figlio d’italiani, ma vivente in Inghilterra, che ha due anni e s’è scoperto che ha una malattia genetica inguaribile, per la quale l’unico rimedio possibile è un trapianto di cellule da organismo compatibile. Fu lanciato un appello, da tutto il mondo si presentarono ai centri di prelievo della saliva a migliaia (dalla saliva si poteva risalire alla compatibilità delle cellule), ma nessuno risultò compatibile.

L’unico compatibile, a metà, rimaneva il padre, e dunque fu lui il donatore delle cellule staminali, che dopo adeguato trattamento furono innestate nel piccolo, quattro mesi fa. E ora, all’ultimo controllo, risulta che hanno svolto in pieno la loro funzione: hanno sostituito interamente le cellule malate, e l’organismo del piccolo può dirsi sano (stavo per scrivere ‘sanificato’) al cento per cento. Il piccolo può rientrare a casa. La vita è tornata, riparte dal suo inizio.

La madre dice ai giornali: ‘È come averlo partorito di nuovo’. ‘Partorito’ è un termine che rimanda al ruolo della donna. Le donne, quando si tratta di vita che comincia o ricomincia, tendono immediatamente ad attribuirsi un ruolo esclusivo. Ma qui ha avuto un ruolo anche il padre, o no? Se lui dice che è come averlo generato di nuovo, dice qualcosa d’improprio? Io penso di no. Dicevo, la lentezza. È una resurrezione che ha richiesto mesi. Le resurrezioni che ci raccontano i Vangeli sono fulminee. Come quella, decisiva, che si ricorda oggi: il morto si alza e se ne va, gli amici che vengono per trovarlo non lo trovano più. Quelle resurrezioni mostrano potenza.

La potenza dell’atto e delle parole che lo raccontano. Non conosco espressione più potente della fanciulla risorta raccontata nei Vangeli: «Puella, tibi dico, surge; et surrexit puella, et ambulabat, erat enim annorum duodecim». Quell’«enim» è esplicativo, se muori e risorgi a 12 anni cammini subito. Da noi, un ritorno alla vita è microscopico e c’impiega mesi o anni, nei Vangeli è titanico e fulmineo. Microscopico ma continuo è questo del bambino italo-inglese. È la sua seconda nascita. ‘Nati due volte’ è il titolo del libro più bello del mio amico Giuseppe Pontiggia, e indica il padre di un bambino nato con problemi, e deve anche lui rinascere con gli stessi problemi per convivere col figlio e aiutarlo a vivere. È difficile parlare della rinascita. È la difficoltà per eccellenza. È difficile parlare di questo bambino che ricomincia a vivere.

È difficile parlare del padre che gli ha donato le cellule. È il bene. È difficile parlare del bene. Non è questione di grandezza. Se mi mandano a Cape Canaveral e devo descrivere la partenza di un razzo gigantesco, io ci provo. Ma se mi mandano in una sala chirurgica e devo descrivere un trapianto di cornee donate, non so da dove cominciare. Leggo questa notizia di un bambino che era incamminato verso la morte e invece l’amore del padre lo riporta verso la vita, e oggi, nel tempo di Pasqua, vien proclamato guarito al cento per cento, e provo una gioia che non ha espressione. Pare amore perfetto, di padre con figlio, e dunque di figlio con padre.

Litigherà mai, quel figlio con quel padre? Ma certamente: la vita che riottiene è completa per questa libertà, se non avesse questa libertà non sarebbe completa. Il piccolo è tornato quel che era. E sarà quel che è nato per essere.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 21 aprile 2019

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