Ostetrici, gli uomini che fanno nascere i bambini

di Monica Piccini

Sono solo poche centinaia su oltre 20mila colleghe donne, ma lavorano con passione. E conquistano la fiducia delle partorienti grazie a empatia e capacità di ascolto. Perché la differenza, quando si parla di nascite, non è tra maschi e femmine: sta nel saper assecondare i tempi naturali.-

Part(or)ire è un po’ come partire. E nel fronteggiare le incognite del percorso i compagni di viaggio sono importanti. Anche quando ti capitano per caso e alla fine riescono persino a sorprenderti. Come gli ostetrici (da non confondere con i ginecologi) che le donne incontrano a sorpresa (in base ai turni) sul lettino della sala parto mentre si contorcono dal dolore. «Siamo qualche centinaia di uomini su circa 20mila ostetriche in tutt’Italia», sintetizza Piero Cifelli, 33 anni, consigliere dell’Ordine delle Ostetriche provincia di Roma («Al femminile, com’è giusto che sia. Un mondo in cui stiamo entrando in punta di piedi») e della neonata Società scientifica italiana di Scienze ostetrico-ginecologico-neonatali (Sisong).

«Alcuni lavorano sul territorio nei consultori, altri insegnano nei corsi pre e post parto, altri ancora assistono le donne nell’evento più potente che esista, la nascita», racconta lui che, nato in Molise in una famiglia con 11 zie e molti cugini, ha sempre voluto fare questo mestiere. Capacità d’ascolto, gestione delle emozioni, rispetto dei tempi sono il bagaglio personale e professionale di queste figure che, pur non sperimentando mai doglie e travagli, hanno deciso di stare accanto alle donne in un momento così intimo.

«Quando lo scorso anno sono stato assunto all’ospedale di Peschiera del Garda (Verona) ero l’unico tra 19 colleghe», racconta Riccardo Federle, 25 anni. «Le partorienti mi guardavano con un misto di curiosità e dubbio sulla capacità di empatia di un maschio». Sulla sua competenza e passione garantiscono l’impegno nel coinvolgere i coetanei («La matematica ci serve, ma l’educazione sessuale ci riguarda di più e per più tempo») in un consultorio vicentino dove ha lavorato appena laureato, e l’attività di presidente animatore del gruppo parrocchiale di Azione cattolica («Mi aiuta a rimanere in contatto con le persone più diverse»). «Anche con le donne in sala travaglio è questione di relazione, le più solide si conquistano nel tempo». Rassicurante, Riccardo ha preceduto di qualche mese nello stesso ospedale il collega Marco Pingiotti, 50 anni, che si è trasferito da Roma con tutta la famiglia al nord, moglie infermiera e figlio 11enne. «Le differenze nel nostro lavoro non sono tra uomini o donne ma tra nord e sud. A Roma dove ho lavorato per 18 anni ero una presenza più familiare, forse perché mi scambiavano per il ginecologo. Nell’ospedale di Riva ho trovato grande rispetto per la fisiologia del parto in assenza di patologie (il contrario dell’eccessiva medicalizzazione). Ma è anche una questione di numeri: se si fanno 4500 parti di media all’anno come al Fatebenefratelli di Roma c’è meno tempo rispetto agli 800-900 parti di qui».

«Per fare questo lavoro devi essere bravo a gestire le emozioni oltre alle informazioni», aggiunge Elio Saverino, 41 anni, di Catania, con un figlio di cinque che da 15 (e 2000 parti) lavora all’ospedale di Treviso «dove trattiamo sia le gravidanze fisiologiche che quelle patologiche, tra cui quelle delle mamme con più di 42 anni». E aggiunge: «L’ostetrico dev’essere una presenza vigile ma quasi trasparente per non intralciare un processo naturale come quello del parto». Allora come mai dopo anni di silenzio si è cominciato a parlare di violenza ostetrica, parti cesarei inopportuni e dolorosi punti di sutura? «Mentre la medicina fa progressi in avanti, l’ostetricia deve tornare indietro nel tempo, recuperando valori come la lentezza (se si partorisce troppo velocemente i tessuti possono lacerarsi) ma anche – e non vorrei esser frainteso – l’utilità del dolore che, fino a un certo punto, serve alla donna a capire cosa fare», racconta Matteo Parro, 37 anni, moglie ostetrica e figlie di 3 e 6 anni («quando sono nate mi tremavano le mani, figurarsi avere la responsabilità del parto!»).

da www.corriere.it

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