Meeting di Rimini. Guarnieri: la felicità dell’uomo cerca nuovi costruttori

nella foto: Emilia Guarneri, Presidente della Fondazione

di Paolo Viana

Al via domenica 19 agosto: tutti i numeri della kermesse. Parla la presidente della Fondazione: il dialogo non è retorica.-

C’è il Meeting dell’amicizia tra i popoli, quello dell’economia e inevitabilmente quello della politica, ma c’è anche il Meeting dei numeri: 17 sono quest’anno i padiglioni occupati dalla kermesse nella Fiera di Rimini più 8 padiglioni di collegamento, oltre agli spazi all’aperto (soprattutto piscine) e la hall centrale per 130mila metri quadri complessivi. Saranno 4mila i metri quadri riservati al Villaggio Ragazzi, mentre lo sport assorbirà 13mila metri quadri e la ristorazione ne coprirà 21mila. Novemila i posti auto gratuiti e, per parlare di sicurezza, tre gli ingressi con 28 metal detector e 4 scanner. Ampia come da tradizione la lista degli sponsor: 135, con tre “main sponsor” – Enel, Intesa Sanpaolo e Wind Tre – e otto “official partners” (Fondazione Ania, Autostrade per l’Italia, Banca 5, Eni, Pmitutoring.it, Posteitaliane, UnipolSai più Conai come “sustainability partner”). Quattro media partner – Avvenire, Radio Vaticana Italia, Fanpage.it e Notizie.it. Piatto forte del Meeting sono le mostre – ben 13 – e i 47 convegni nei saloni, più un centinaio nelle arene sparse per la Fiera, con un totale di circa 300 relatori. E poi i volontari, in aumento rispetto al 2017: saranno 2.750, 400 dei quali costruiscono il Meeting nella settimana precedente la manifestazione. Ammonta infine a 5 milioni di euro il bilancio. «E sottolineo – tiene a precisare il direttore Sandro Ricci – che il Meeting non percepisce un euro di contributi a fondo perduto dallo Stato né da altre istituzioni».
«C’è da dire che quest’anno è il concept stesso del Meeting a cambiare», spiega ancora Ricci: «La principale novità è rappresentata dalla presenza di tre grandi aree tematiche: MeshArea, dedicata al lavoro; Move to Meet che tratterà di mobilità; e Meeting Salute. Ognuna di queste aree avrà una propria arena, per permettere un rapporto più diretto tra relatori e partecipanti, così come nei nuovi quattro spazi tematici sul Sessantotto, gli scenari internazionali – lo spazio Cammini –, l’astrofisica e l’innovazione. Tutti ambiti dotati di una propria arena per incontri». A parità di posti disponibili rispetto al 2017, i saloni per gli incontri da quattro passeranno a due, più 12 salette della Fiera, «integrati però dalle sette nuove arene per le quali è previsto un programma intensissimo, anche con modalità innovative e multimediali di comunicazione».

Partiamo dalla Regola di San Benedetto: «Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?», recita il prologo. La felicità è al centro di questo Meeting: i greci la cercavano, mentre i cristiani la attendono. Dove sta la differenza? «I filosofi greci la cercavano – ci risponde Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting – perché non erano certi che ci fosse. I cristiani la attendono perché sono certi che la felicità li stia aspettando. È una gran bella differenza».

«Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice», recita il tema di quest’anno. Se è veramente così, almeno a giudicare dai risultati che abbiamo sotto gli occhi, oggi ci governa il Male.
Attenzione. Per noi ciò che cambia il futuro non è governare ma muovere la storia, e la muove anche chi non governa. Prendiamo san Benedetto: ha mosso tanto senza avere un reale potere di governo civile. Prendiamo Madre Teresa di Calcutta. Lasciatemi dire che anche don Giussani ha mosso la storia senza governare un popolo…

Benedetto dettò la sua regola in un’Europa che era letteralmente smembrata dai barbari: chi sono i barbari di oggi?
La barbarie è una tentazione che possiamo avere tutti. È il gusto della distruzione fine a se stessa. Credo che il segreto della civiltà sia, al contrario, quello di trovare la chiave per costruire insieme, mettere in campo energie positive come il Meeting si sforza di fare ogni anno. Il nostro tempo vive una crisi che è assenza di costruttori, non solo di cattedrali, come si diceva una volta, ma anche di ostelli e di strade. Lo spirito con cui ci riuniamo a Rimini è quello di chiedere a chi ha filo di usarlo per tessere e lo stesso dialogo, cui tanto spesso ci appelliamo, per noi non è un tema retorico bensì l’esigenza di fare incontrare e connettere le esperienze positive di coloro che non si rassegnano alla barbarie. Tenete comunque conto che anche al tempo di Benedetto era così: c’era la palude e c’erano piccoli campi coltivati, da cui si ripartì. Il Meeting è una rassegna di quel che funziona da ripartenza, di giovani al lavoro, di start up, di gente che si rimbocca le maniche nel terzo settore, di solidarietà vissuta. Non parole, ma fatti, anche su temi scottanti, come i profughi. Non dico di più: venite a Rimini.

Il Meeting è rimasto innovativo nei decenni perché invece di dare delle risposte poneva delle domande, spesso scottanti, talvolta urticanti. Però oggi nessuno ama porsi domande: in un tempo di grandi silenzi, con i vostri interrogativi epocali non avete la sensazione che state cercando di svuotare il mare col cucchiaio?
Nel momento in cui provochi un altro, che sia a scuola o nel mondo, a farsi una domanda sulla sua vita, stai dando alla costruzione dell’io dell’altra persona un contributo decisivo. Aiutare a porre domande e segnalare esperienze è tutto quello che possiamo fare, e lo dico da educatrice. Porre una domanda non è un modo per sviare il problema o dissimulare l’incapacità di rispondere, perché ciascuno di noi avrebbe una sua risposta a ogni domanda, è chiaro. Quello che fa il Meeting con questa formula è dare una mano all’identificazione dell’io, perché l’io coincide con la sua domanda di senso. È la cosa più grandiosa che si può fare a chi si ama. Un dono più grande che impartirgli delle risposte.

Uno dei messaggi del Meeting 2018 è che la realtà non è qualcosa di minaccioso o da imporre agli altri, ma da condividere, con uno spirito di gratuità e donazione. Si guardi intorno: migranti che nessuno vuole, bambini uccisi in grembo o in guerra, lavoro sfruttato e precario… Dove trovate il coraggio di dire certe cose?
Il coraggio ci nasce dal cuore che – inevitabilmente – batte per vivere, afferma la positività. Scrisse Anna Frank: «Odo l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure… eppure quando guardo il cielo penso che anche questa spietata durezza cesserà… intanto devo conservare intatti i miei ideali, verrà un tempo in cui saranno ancora attuali». Poco dopo fu uccisa, e lo sapeva. Il cuore continua a battere fino all’ultimo e quando incontra qualcosa che gli fa intuire la Presenza, allora batte ancora più forte.

Uno dei personaggi di questo Meeting sarà Giobbe. Si parlerà del problema della sofferenza innocente e della presenza di Dio. Ebbene, quando in mezzo al mare un profugo affoga e muore in quel momento dov’è Dio?
Dio è lì con lui che muore.

Ma il profugo lo sa?
Questo rimane un mistero.

Un altro tema caldo di quest’anno sarà il rapporto padri-figli nel ’68: non temete di scoperchiare un vaso di Pandora?
Certi passaggi importanti della storia, si sa, piacciono al Meeting, perché osservarli significa capire il presente. Eppoi, la frase del titolo è un commento di Giussani nel 1969 a un ragazzo che gli diceva «sto andando dove ci sono le forze che muovono la storia».

Cosa pensa di trovare nel 1968, cinquant’anni dopo?
Un desiderio di cambiamento, di libertà, di rapporti autentici, di pace: questo fu il nostro ’68, questi sentimenti esplosero in maniera violenta ed entusiastica, e spesso l’entusiasmo divenne violenza, ideologia, pretesa di seguire risposte sbrigative, Sì, anche quello fu il ’68.

Se fu desiderio di cambiamento, allora Di Maio e Salvini sono due sessantottini…
No, passi la provocazione giornalistica ma il ’68 è stato altro.

In che senso?
Parliamo di fenomeni, età e contesti storici diversissimi. Allora c’era una grande e ingenua certezza che si potesse cambiare il mondo, una forte componente utopica e antiborghese. Tutti elementi, nel bene e nel male, che non intravedo nell’attuale fase storica. Oggi il populismo non insegue un’idea di comunità, ma è composto da individui che si connettono a un leader o tra di loro attraverso la rete. Il ’68 sognava la costruzione di un mondo diverso, oggi probabilmente prevale la presa di distanze verso il mondo che c’è.

Concludiamo con il ricco cartellone culturale del Meeting: forse, l’evento che si ricollega meglio al tema della speranza è «Exoplanets», la mostra sui pianeti extrasolari. Cercare risposte nelle stelle non è tuttavia un modo per sfuggire la crisi dei nostri contemporanei?
Con questa mostra vogliamo spiegare come la ricerca di mondi lontani sia tutt’altro che una fuga dalla realtà, anzi, siamo curiosi di vedere fin dove la ricerca più avanzata può portarci, nella speranza, anzi, nella certezza di scoprire nuove evidenze e nuovi affascinanti interrogativi, a partire da quello sulla vita in altri mondi.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 17 agosto 2018

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