LA MISSIONE AL TEMPO DEL COVID: “NON APPESANTITE LE VITE DEGLI ALTRI E NON DIMENTICATEVI DEI POVERI”

di Annachiara Valle

da www.famigliacristiana.it

@Riproduzione Riservata del 21 maggio 2020

Il Papa invia un lungo messaggio alle Pontificie opere missionarie lodandone la semplicità e la vicinanza al popolo. E poi le mette in guardia: “La Chiesa non è una dogana che aggiunge pesi alle vite già affaticate della gente”.-

No a ragionamenti e calcoli, all’autocelebrazione, alla superbia e all’arroganza. No a una missione fatta con lo stile dei venditori ambulanti. Cita il poeta Virgilio e sprona a cercare risposte concrete alle domande degli ultimi, soprattutto in questo tempo di pandemia in cui la gente desidera la vicinanza della Chiesa. Papa Francesco scrive alle Pontificie opere missionarie nel giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la loro assemblea annuale. «Quest’anno avevo deciso di partecipare», ricorda e poi elenca «le cose che avevo in cuore di dirvi».  Alle Pom raccomanda di partire «con slancio: nel cammino che vi aspetta ci sono tante cose da fare. Se ci sono cambiamenti da sperimentare nelle procedure, è bene che essi puntino ad alleggerire, e non ad aumentare i pesi; che siano volti a guadagnare flessibilità operativa, e non a produrre ulteriori apparati rigidi e sempre minacciati di introversione. Tenendo presente che un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, può complicare la dinamica missionaria. E anche un’articolazione su scala puramente nazionale delle iniziative mette a repentaglio la fisionomia stessa della rete delle Pom, nonché lo scambio di doni tra Chiese e comunità locali vissuto come frutto e segno tangibile della carità tra i fratelli, nella comunione con il Vescovo di Roma».

Nella festa dell’Ascensione in cui Gesù promette agli apostoli la «forza dello Spirito Santo, che scenderà su di essi a Pentecoste» il mistero di questa festa «imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere».

Senza lo Spirito Santo «perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori».

Il Papa spiega chiaramente che «la salvezza non è la conseguenza delle nostre iniziative missionarie, e nemmeno dei nostri discorsi sull’incarnazione del Verbo. La salvezza per ognuno può accadere solo attraverso lo sguardo dell’incontro con Lui, che ci chiama. Per questo il mistero della predilezione inizia e non può iniziare che in uno slancio di gioia, di gratitudine».

E la missione, partendo proprio dalla consapevolezza che tutto viene dallo Spirito, dvee avere della caratteristiche precise. Deve essere «attrattiva. Il mistero della Redenzione è entrato e continua a operare nel mondo attraverso un’attrattiva, che può avvincere il cuore degli uomini e delle donne perché è e appare più attraente delle seduzioni che fanno presa sull’egoismo, conseguenza del peccato».

Cita Virgilio, «secondo il quale ciascuno è attratto da ciò che gli piace. Gesù non solo convince la nostra volontà, ma attira il nostro piacere. Se si segue Gesù felici di essere attratti da lui, gli altri se ne accorgono. E possono stupirsene. La gioia che traspare in coloro che sono attirati da Cristo e dal suo Spirito è ciò che può rendere feconda ogni iniziativa missionaria».

Gratitudine e gratuità. «La gioia di annunciare il Vangelo brilla sempre sullo sfondo di una memoria grata».  Dio ci sorprende, il suo amore ci stupisce e «non ci si può “stupire per forza”». Così anche lo zelo missionario «non si può mai ottenere in conseguenza di un ragionamento o di un calcolo. Il mettersi “in stato di missione” è un riflesso della gratitudine. È la risposta di chi dalla gratitudine viene reso docile allo Spirito, e quindi è libero. Senza percepire la predilezione del Signore, che rende grati, perfino la conoscenza della verità e la stessa conoscenza di Dio, ostentati come un possesso da raggiungere con le proprie forze, diventerebbero di fatto “lettera che uccide”». Al contrario, «non serve», spiega Francesco, «e soprattutto non è appropriato insistere nel presentare la missione e l’annuncio del Vangelo come se fossero un dovere vincolante, una specie di “obbligo contrattuale” dei battezzati.

Umiltà. «Se la verità e la fede, se la felicità e la salvezza non sono un nostro possesso, un traguardo raggiunto per meriti nostri, il Vangelo di Cristo può essere annunciato solo con umiltà. Mai si può pensare di servire la missione della Chiesa esercitando arroganza come singoli e attraverso gli apparati, con la superbia di chi snatura anche il dono dei sacramenti e le parole più autentiche della fede cristiana come un bottino che ci si è meritato. Si può essere umili non per buona educazione, non per voler apparire accattivanti». Quando Sant’Agostino si chiede come mai, dopo la Risurrezione, «Gesù si è fatto vedere solo dai suoi discepoli e non invece da chi lo aveva crocifisso» si risponde che «Gesù non voleva dare l’impressione di “sfidare in qualche modo i suoi uccisori. Per lui era infatti più importante insegnare l’umiltà agli amici, piuttosto che rinfacciare la verità ai nemici”».

Facilitare, non complicare. «Un altro tratto dell’autentica opera missionaria», dice ancora il Papa, «è quello che rimanda alla pazienza di Gesù, che anche nei racconti del Vangelo accompagnava sempre con misericordia i passi di crescita delle persone». E allora «“uscire” in missione per giungere alle periferie umane non vuol dire errare senza una direzione e senza senso, come venditori impazienti che si lamentano perché la gente è troppo rozza e primitiva per essere interessata alla loro merce. A volte si tratta di rallentare il passo, per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte c’è da imitare il padre della parabola del figlio prodigo, che lascia le porte aperte e scruta ogni giorno l’orizzonte aspettando il ritorno di suo figlio. La Chiesa non è una dogana, e chi in qualsiasi modo partecipa alla missione della Chiesa è chiamato a non aggiungere pesi inutili sulle vite già affaticate delle persone, a non imporre cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità. Non mettere ostacoli al desiderio di Gesù, che prega per ognuno di noi e vuole guarire tutti, salvare tutti».

Prossimità nella vita “in atto”. Perché «Gesù ha incontrato i suoi primi discepoli sulle rive del lago di Galilea, mentre erano intenti al loro lavoro. Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio». Il che vuol dire che «l’annuncio di salvezza di Gesù raggiunge le persone lì dove sono e così come sono, nelle loro vite in atto. L’ordinarietà della vita di tutti, nella partecipazione alle necessità, alle speranze e ai problemi di tutti, è il luogo e la condizione in cui chi ha riconosciuto l’amore di Cristo e ricevuto il dono dello Spirito Santo può rendere ragione, a coloro che lo chiedono, della fede, della speranza e della carità». Il Papa chiede che non si inventino «percorsi di addestramento “dedicati”, mondi paralleli, bolle mediatiche in cui far riecheggiare i propri slogan, le proprie dichiarazioni d’intenti, ridotte a rassicuranti “nominalismi dichiarazionisti”. Ho ricordato altre volte, a titolo di esempio, che nella Chiesa c’è chi continua a far riecheggiare con enfasi lo slogan “È l’ora dei laici!”, ma intanto l’orologio sembra essersi fermato».

Il “sensus fidei” del Popolo di Dio. «C’è una realtà nel mondo che ha una specie di “fiuto” per lo Spirito Santo e la sua azione. È il Popolo di Dio, chiamato e prediletto da Gesù, e che a sua volta continua a cercare Lui e domanda sempre di Lui negli affanni della vita». Il lavoro dello Spirito Santo «dota il Popolo dei fedeli di un “istinto” della fede – il sensus fidei – che lo aiuta a non sbagliare quando crede le cose di Dio, anche se non conosce ragionamenti e formule teologiche per definire i doni che sperimenta. Il mistero del popolo pellegrino, che con la sua spiritualità popolare cammina verso i santuari e si affida a Gesù, a Maria e ai santi, attinge e si mostra connaturale alla libera e gratuita iniziativa di Dio, senza dover seguire piani di mobilitazione pastorale».

Predilezione per i piccoli e i poveri. «Ogni slancio missionario, se è mosso dallo Spirito Santo, manifesta la predilezione per i poveri e i piccoli come segno e riflesso della preferenza del Signore verso di loro. Le persone coinvolte direttamente in iniziative e strutture missionarie della Chiesa non dovrebbero mai giustificare la loro disattenzione verso i poveri con la scusa – molto usata in certi ambienti ecclesiastici – di dover concentrare le proprie energie su incombenze prioritarie per la missione. La predilezione per i poveri non è per la Chiesa un’opzione facoltativa».

Avendo chiare queste caratteristiche della missione papa Francesco chiede quali siano allora i talenti delle Pone e quali le tentazioni da evitare. «Nella fisionomia, direi nell’identità delle Pontificie Opere Missionarie si colgono certi tratti distintivi», spiega, «alcuni, per così dire, genetici, altri acquisiti lungo il percorso storico – che vengono spesso trascurati o considerati come scontati. Eppure proprio quei tratti possono custodire e rendere prezioso, soprattutto nel tempo presente, il contributo di questa “rete” alla missione universale cui è chiamata tutta la Chiesa. E cita il fatto che le Pom «sono nate spontaneamente, dal fervore missionario espresso dalla fede dei battezzati», che «fin dall’inizio, sono andate avanti procedendo su due “binari”, o meglio lungo due argini che corrono sempre paralleli, e nella loro elementarità sono da sempre familiari al cuore del Popolo di Dio: quello della preghiera e quello della carità, nella forma dell’elemosina», che proprio per la «loro configurazione semplice e concreta sono state riconosciute e stimate dalla Chiesa di Roma e dai suoi Vescovi, i quali nell’ultimo secolo hanno chiesto di poterle adottare come peculiare strumento del servizio da essi reso alla Chiesa universale. Per questa via è stato attribuito a tali Opere la qualifica di “Pontificie”».

E così, «con il loro stesso percorso, e senza entrare in complesse dispute teologiche, le POM hanno smentito gli argomenti di chi, anche negli ambienti ecclesiastici, contrappone in maniera impropria carismi e istituzioni, leggendo sempre i rapporti tra queste realtà attraverso una ingannevole “dialettica dei principi”. Mentre nella Chiesa anche gli elementi strutturali permanenti – come i sacramenti, il sacerdozio e la successione apostolica – vanno continuamente ricreati dallo Spirito Santo, e non sono a disposizione della Chiesa come un oggetto di possesso acquisito».

Le pom, ancora, «fin dalla loro prima diffusione, si sono strutturate come una rete capillare diffusa nel Popolo di Dio», e sono «diventate col tempo rete diffusa in tutti i Continenti» con una «pluralità che può proteggere da omologazioni ideologiche e unilateralismi culturali».

Con queste caratteristiche le Pom possono sottrarsi alle tante insidie che ci sono nel loro cammino. L’«autoreferenzialità», innanzitutto. «Organizzazioni ed entità ecclesiastiche», sottolinea papa Francesco, «al di là delle buone intenzioni dei singoli, finiscono talvolta per ripiegarsi su sé stesse, dedicando energie e attenzioni soprattutto alla propria auto-promozione e alla celebrazione in chiave pubblicitaria delle proprie iniziative. Altre sembrano dominate dall’ossessione di ridefinire continuamente la propria rilevanza e i propri spazi in seno alla Chiesa, con la giustificazione di voler rilanciare al meglio la propria missione. Per queste vie – ha detto una volta l’allora Cardinale Joseph Ratzinger – si alimenta anche l’idea ingannevole che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in strutture intra-ecclesiali, mentre in realtà quasi tutti i battezzati vivono la fede, la speranza e la carità nelle loro vite ordinarie, senza essere mai comparsi in comitati ecclesiastici e senza occuparsi degli ultimi sviluppi di politica ecclesiastica».

Un’altra tentazione è l’«ansia di comando. A volte capita che istituzioni e organismi sorti per aiutare le comunità ecclesiali, servendo i doni suscitati in essi dallo Spirito Santo, col tempo pretendano di esercitare supremazie e funzioni di controllo nei confronti delle comunità che dovrebbero servire. Questo atteggiamento si accompagna quasi sempre con la presunzione di esercitare il ruolo di “depositari” dispensatori di patenti di legittimità nei confronti degli altri. Di fatto, in questi casi ci si comporta come se la Chiesa fosse un prodotto delle nostre analisi, dei nostri programmi, accordi e decisioni».

E ancora l’elitarismo. «Tra chi fa parte di organismi e realtà organizzate nella Chiesa, prende piede diverse volte un sentimento elitario, l’idea non detta di appartenere a un’aristocrazia. Una classe superiore di specialisti che cerca di allargare i propri spazi in complicità o in competizione con altre elite ecclesiastiche, e addestra i suoi membri secondo i sistemi e le logiche mondani della militanza o della competenza tecnico-professionale, sempre con l’intento primario di promuovere le proprie prerogative oligarchiche». Che conduce all’«isolamento dal popolo. La tentazione elitista in alcune realtà connesse alla Chiesa si accompagna talvolta a un sentimento di superiorità e di insofferenza verso la moltitudine dei battezzati, verso il popolo di Dio che magari frequenta le parrocchie e i santuari, ma non è composto di “attivisti” occupati in organizzazioni cattoliche. In questi casi, anche il popolo di Dio viene guardato come una massa inerte, che ha sempre bisogno di essere rianimata e mobilitata attraverso una “presa di coscienza” da stimolare attraverso ragionamenti, richiami, insegnamenti. Si agisce come se la certezza della fede fosse conseguenza di un discorso persuasivo o di metodi di addestramento».

Bisogna evitare l’«astrazione. Organismi e realtà legate alla Chiesa, quando diventano autoreferenziali, perdono il contatto con la realtà e si ammalano di astrazione. Si moltiplicano inutili luoghi di elaborazione strategica, per produrre progetti e linee-guida che servono solo come strumenti di autopromozione di chi li inventa. Si prendono i problemi e li si seziona in laboratori intellettuali, dove tutto viene addomesticato, verniciato secondo le chiavi ideologiche di preferenza. Dove tutto, fuori dal contesto reale, può essere cristallizzato in simulacro, anche i riferimenti alla fede o i richiami verbali a Gesù e allo Spirito Santo». Scansare il «funzionalismo. Le organizzazioni autoreferenziali ed elitarie, anche nella Chiesa, finiscono spesso per puntare tutto sull’imitazione dei modelli di efficienza mondani, come quelli imposti dalla esasperata competizione economica e sociale. La scelta del funzionalismo garantisce l’illusione di “sistemare i problemi” con equilibrio, tenere le cose sotto controllo, accrescere la propria rilevanza, migliorare l’ordinaria amministrazione dell’esistente. Ma come già vi dissi nell’incontro che abbiamo avuto nel 2016, una Chiesa che ha paura di affidarsi alla grazia di Cristo e punta sull’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “auto-occupati” dovessero durare ancora per secoli».

Infine i consigli per il cammino: «Per quello che potete», raccomanda il Papa, «e senza farci sopra troppe congetture, custodite o riscoprite l’inserimento delle Pom in seno al Popolo di Dio». Che «l’impianto essenziale delle POM rimanga quello legato alle pratiche della preghiera e della raccolta di risorse per la missione, prezioso e caro proprio per la sua elementarità e la sua concretezza. Esso esprime l’affinità delle Pom con la fede del Popolo di Dio. Con tutta la flessibilità e gli adattamenti richiesti, conviene che questo disegno elementare delle POM non venga dimenticato o stravolto». Ai missionari, dice il Papa «cercate pure nuove strade, nuove forme per il vostro servizio; ma, nel fare questo, non serve complicare ciò che è semplice». Le Pom «sono e vanno vissute come uno strumento di servizio alla missione nelle Chiese particolari, nell’orizzonte della missione della Chiesa, che abbraccia sempre tutto il mondo». Non serve «fare congetture e teorizzare su super-strateghi o “centrali direttive” della missione, a cui delegare, come a presunti e immodesti “depositari” della dimensione missionaria della Chiesa, l’impresa di ridestare lo spirito missionario o di dare patenti di missionarietà agli altri. Se in alcune situazioni il fervore della missione viene meno, è segno che sta venendo meno la fede. E, in quei casi, la pretesa di rianimare la fiamma che si spegne con strategie e discorsi finisce per indebolirla ancora di più, e fa avanzare solo il deserto». E ancora il Papa ricorda che la «vostra è un’opera che non va mai “sterilizzata” in una dimensione esclusivamente burocratico-professionale. Non possono esistere burocrati o funzionari della missione». Bisogna sottrarsi «alle insidie dei ripiegamenti autoreferenziali e uscire da sé stessi, seguendo Gesù. L’idea di una missionarietà autoreferenziale, che passa il tempo a contemplare e auto-incensarsi per le proprie iniziative, sarebbe in sé stessa un assurdo. Non consumate troppo tempo e risorse a “guardarvi addosso”, a elaborare piani auto-centrati sui meccanismi interni, su funzionalità e competenze del proprio apparato. Guardate fuori, non guardatevi allo specchio. Rompete tutti gli specchi di casa. I criteri da seguire, anche nella realizzazione dei programmi, puntino ad alleggerire, a rendere flessibili strutture e procedure, piuttosto che appesantire con ulteriori elementi di apparato la rete delle Pom. Ad esempio, ogni direttore nazionale, durante il suo mandato, si impegni a individuare le figure di qualche potenziale successore, avendo come unico criterio quello di segnalare non persone del suo giro di amici o compagni di “cordata” ecclesiastica, ma persone che gli sembrano avere più fervore missionario di lui».

E per la raccolta «di risorse per aiutare la missione, in occasione dei nostri incontri passati ho già richiamato il rischio di trasformare le Pom in una Ong tutta votata al reperimento e allo stanziamento dei fondi. Questo dipende dal cuore con cui si fanno le cose, più che dalle cose che si fanno. Nella raccolta di fondi può essere certo consigliabile e addirittura opportuno utilizzare con creatività anche metodologie aggiornate di reperimento dei finanziamenti da parte di potenziali e benemeriti sovventori. Ma se in alcune aree la raccolta di donazioni viene meno, anche per l’affievolirsi della memoria cristiana, in quei casi può venire la tentazione di risolvere noi il problema “coprendo” la realtà e puntando su qualche sistema di raccolta più efficace, che vada alla ricerca dei grandi donatori. Invece la sofferenza per il venir meno della fede e anche per il calare delle risorse non va rimossa, va messa nelle mani del Signore. E comunque è bene che la richiesta di offerte per le missioni continui a essere rivolta prioritariamente a tutta la moltitudine dei battezzati, anche puntando in maniera nuova sulla colletta per le missioni che si effettua nelle chiese di tutti i Paesi a ottobre, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. La Chiesa continua da sempre ad andare avanti anche grazie all’obolo della vedova, al contributo di tutta quella schiera innumerevole di persone che si sentono guarite e consolate da Gesù e che per questo, per il traboccare della gratitudine, donano quello che hanno».

Le «donazioni ricevute, vagliate sempre con appropriato sensus Ecclesiae», vanno impiegate per «le reali necessità primarie delle comunità, e nel contempo si evitino forme di assistenzialismo, che invece di offrire strumenti al fervore missionario finiscono per intiepidire i cuori e alimentare anche nella Chiesa fenomeni di clientelismo parassitario». «Non cedete a complessi di inferiorità o tentazioni di emulazione verso quelle organizzazioni super-funzionali che raccolgono fondi per cause giuste, poi utilizzati in buona percentuale per finanziare il proprio apparato e per fare pubblicità al proprio marchio. Anche quella a volte diventa una strada per curare innanzitutto i propri interessi, pur mostrando di operare a vantaggio dei poveri e di chi è nel bisogno».

E sui poveri «anche voi non dimenticatevi di loro», dice Francesco ricordando la raccomandazione che, al Concilio di Gerusalemme, gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo diedero a Paolo, Barnaba e Tito, venuti a discutere della loro missione tra i non circoncisi: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri». Dopo quella raccomandazione, Paolo organizzò le collette in favore dei fratelli della Chiesa di Gerusalemme. «La predilezione per i poveri e i piccoli fa parte fin dall’inizio della missione di annunciare il Vangelo. Le opere di carità spirituale e corporale verso di loro manifestano una “preferenza divina” che interpella la vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Gesù».Ancora, nella «predicazione cristiana, non bisogna imporre una determinata forma culturale insieme con la proposta evangelica. Oggi, anche nel lavoro delle Pom, conviene non portare bagagli pesanti; conviene custodire il loro profilo vario e il loro comune riferimento ai tratti essenziali della fede. Può fare ombra all’universalità della fede cristiana anche la pretesa di standardizzare la forma dell’annuncio, magari puntando tutto su clichè e slogan che vanno di moda in certi circoli di certi Paesi culturalmente o politicamente dominanti».

Le Pom, dice ancora Francesco, «non sono nella Chiesa un’entità a sé stante, sospesa nel vuoto. Tra le loro specificità che conviene sempre coltivare e rinnovare c’è il vincolo speciale che le unisce al Vescovo della Chiesa di Roma, che presiede nella carità».

«In ogni caso», conclude Francesco, «chiedete sempre che ogni considerazione riguardante l’assetto operativo delle Pom sia illuminata dall’unica cosa necessaria: un po’ d’amore vero alla Chiesa, come riflesso dell’amore a Cristo. Il vostro è un servizio reso al fervore apostolico, cioè a uno slancio di vita teologale che solo lo Spirito Santo può operare nel Popolo di Dio. Voi pensate a fare bene il vostro lavoro, «come se tutto dipendesse da voi, sapendo che in realtà tutto dipende da Dio» (S. Ignazio di Loyola). Come vi ho già detto in un nostro incontro, abbiate la prontezza di Maria. Quando andò da Elisabetta, Maria non lo fece come un gesto proprio: andò come una serva del Signore Gesù, che portava in grembo. Di sé stessa non disse nulla, soltanto portò il Figlio e lodò Dio. Non era lei la protagonista. Andava come la serva di Colui che è anche l’unico protagonista della missione. Ma non perse tempo, andò di fretta, a fare cose per accudire la sua congiunta. Lei ci insegna questa prontezza, la fretta della fedeltà e dell’adorazione».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *