Coronavirus, “il rumore del silenzio e le nostre vite a casa in questo tempo sospeso”

di Lorenzo Marone

da www.repubblica.it

@Riproduzione Riservata del 16 marzo 2020

 

Nel tempo sospeso, con le nostre paure addosso, il volto composto di un padre e di una madre ci sostengono da lontano, al di là di un piccolo schermo, il sorriso si riempie di piccole crepe mentre parlano ai nipoti. Nel tempo sospeso stiamo, abitiamo i giorni della paura e dei piccoli rituali, dei pochi rumori rassicuranti, sempre quelli, le ore delle cose importanti che salgono in superficie dopo tanto.

Nel tempo sospeso, dove tutto assume un significato, mi ritrovo fuori al balcone, a prendere una boccata d’aria. Il passaggio solitario di un’auto rimbomba sui sampietrini e mi fa sobbalzare, il cinguettio della primavera, che verrà comunque, mi libera il petto dall’ansia, e la voce di mio figlio che ci chiama già occupa la casa.
Avverto il classico rumore metallico dell’ascensore, il motore si ferma con un clang, qualcuno è uscito a far la spesa.

Una risata bambina dall’altra parte della parete mi porta calore e quasi copre la sirena di un’ambulanza che passa senza ostacoli.

Sopra di me sento i passi strascicati di un nonno che struscia le pantofole sulle piastrelle, proprio come faceva il mio, col passo chiodato, le mani dietro la schiena curva e lo sguardo al pavimento, la postura di chi ha vissuto a lungo e, forse, con fatica.

Nel palazzo di fronte, un signore di mezza età annaffia le piante del suo balconcino, nei gesti ha la cura del maestro, nello sguardo l’attenzione dell’alunno.

Più su una donna stende i panni con le movenze di sempre, quelle di prima, perché c’è un prima, e ci sarà un dopo. Dall’interno della casa provengono rumori che riconosco, mia moglie prepara la moka, fra poco la raggiungerò in cucina, intanto sento un cane abbaiare lontano, il cielo azzurro mi parla di tanta vita, lo graffia solo la scia di un aereo che chissà dove fugge. Non ci sono clacson, non ci sono i soliti richiami del verdummaro che vende gli ortaggi all’angolo, non passa l’arrotino, e anche la sua voce robotica e ripetitiva è assenza. Il silenzio però produce ricchezza, fa cogliere opportunità.

Al quarto piano un ragazzo strimpella la chitarra e si prende il sole in faccia, l’aria è immobile e tersa, bellissima e profumata, e mi fa venire voglia di andare al parco, voglia di rincorrere mio figlio sul prato umido e abbracciare poi la nostra vecchia e saggia amica di questi anni, l’antica quercia che si starà chiedendo che fine abbiamo fatto, lei che è amica delle formiche e che nemmeno immaginava forse quanto fossimo anche noi piccoli e fragili, noi che tutto sembravamo comandare. Annuso l’aria, e non mi sembra possibile che possa nascondere insidie tanto grandi.

Qualcuno mi distoglie dai miei pensieri, tendo l’orecchio, la signora accanto credo stia caricando la lavastoviglie, i piatti di porcellana cercano incastri e lasciano i soliti rumori. Non si sentono invece i suoni dell’osteria quaggiù, il brusio delle voci, il tintinnare delle stoviglie, quel modo che da sempre abbiamo di stare insieme, attorno a una tavola.

E chissà quando avremo il coraggio, non la possibilità, di tornare a farlo. Da molto più giù, sotto i piedi, giunge un tremolio, la metropolitana continua a fare avanti e indietro da una stazione all’altra, e mi fa sorridere degli orari che scandivano le nostre giornate, appena ieri. Rintocca una campana nel quartiere, il mio cane, una femmina di nome Greta, risponde all’ennesimo abbaio giunto da chissà dove, la signora al mio fianco ora preme lo scarico, e nei giorni di prima nemmeno me ne sarei accorto, lo scroscio se lo sarebbe ingoiato il martello pneumatico di un operaio giù in strada. Mia moglie chiama, il caffè è pronto, dopo c’è da fare il letto e passare l’aspirapolvere, quindi lavare a terra e poi giocare con Riccardo. Dopo pranzo mi ritaglierò il tempo per rispondere a qualche e-mail. Il telefonino squilla ancora, e ancora, genitori, amici, parenti, solo video-chiamate ormai, c’è presa la voglia di guardarci in faccia, finalmente, per vedere che ci siamo, che siamo tutti qui, nel tempo del vuoto denso, fatto di giorni uguali, piccoli rumori, usanze antiche e gesti minuscoli.

Siamo tutti qui, a qualche metro di distanza, a spiarci, a mandarci un saluto da lontano, a scriverci, telefonarci, inviare messaggi, tutti qui, a dare valore alle nostre piccole cose quotidiane, quelle che da sempre ci tengono in piedi, anche nella vita di prima, quando con supponenza forse credevamo non fosse più così. Siamo qui, in ascolto, a riempire la giornata di rituali e abbracci virtuali. Qui, solo un po’ più lontani, un po’ meno indaffarati. Siamo tutti qui, e mai nella storia di queste generazioni ci è sembrato di volerci così bene.
Mai come oggi sappiamo quanto questo conti.

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