Brexit

Londra dice no anche a un secondo referendum. Ecco i cinque scenari possibili

Redazione Internet www.avvenire.it giovedì 14 marzo 2019

Michel Barnier, capo negoziatore Ue per la Brexit: di fronte a questa “situazione di incertezza, se siamo lucidi e responsabili ci dobbiamo preparare ad una Brexit senza accordo”

Ancora un no da parte del Parlamento britannico. Questa volta è stata bocciata la possibilità di andare alle urne per un second referendum sulla Brexit. Il no è stato secco: l’emendamento ha avuto appena 85 voti a favore e 334 contrari. Ha pesato l’astensione del Labour. La proposta era trasversale ed era stata presentata per collegare la richiesta di un rinvio dell’uscita dall’Ue (mozione destinata ad andare al voto più tardi) alla convocazione di una nuova consultazione referendaria (“Peoplès Vote”) dopo quella del 2016. L’emendamento ha avuto appena 85 voti a favore e 334 contrari. Ha pesato l’astensione del Labour.

Da parte europea occorre registrare la dichiarazione di Michel Barnier, capo negoziatore della Ue per la Brexit: di fronte a questa “situazione di incertezza, se siamo lucidi e responsabili ci dobbiamo preparare ad una Brexit senza accordo, perché il 29 marzo è vicino”. L’estensione sarà al voto stasera, “non mi permetto di intervenire su questo, ma voglio dire che la situazione è grave e che bisogna prepararsi” allo scenario di un ‘no deal’. “Siamo pronti, ma raccomando di non sottostimare le conseguenze. Che sono innumerevoli e sono state ampiamente sottostimate nel Regno Unito, sia durante il referendum, che dopo”.

La Camera dei Comuni ha anche respinto (314 voti contro 311) un emendamento bipartisan alla mozione sulla richiesta di un rinvio della Brexit che avrebbe imposto al governo May di consentire al Parlamento di proporre “voti indicativi” su piani di divorzio dall’Ue diversi da quello della premier Tory. Obiettivo del documento, firmato fra gli altri dai laburisti eurofili Hilary Benn e Yvette Cooper, era verificare l’esistenza di “maggioranze trasversali” alternative.

Cinque scenari sulla Brexit

Sono 5, o almeno pare, gli scenari rimasti a disposizione del Regno Unito sulla strada sempre più caotica e piena d’incognite della Brexit.

1) NO DEAL. Nonostante il voto declamatorio della Camera dei Comuni britannica contro questo sbocco, l’incubo di un traumatico divorzio senz’accordo resta concreto. E continua a essere l’esito previsto di default per il 29 marzo, sulla base alle scadenze fissate nero su bianco in seguito alla notifica dell’art. 50 del Trattato di Lisbona per il recesso di Londra dall’Unione, almeno fin quando Westminster non ratificherà un accordo purchessia o Bruxelles non concederà un rinvio.

2) ACCORDO MAY. Bocciato già sonoramente due volte, l’accordo raggiunto a novembre da Theresa May con l’Ue potrebbe ancora resuscitare. La premier Tory spera di riproporlo per un terzo voto di ratifica martedì 19 o mercoledì 20, associato alla richiesta di un rinvio breve della data di uscita: dal 29 marzo al 20 giugno.

3) ACCORDO ALTERATIVO. Se il terzo giro di giostra del piano May fosse stoppato, la palla passerebbe al Parlamento con l’inevitabile richiesta a quel punto di un rinvio prolungato della Brexit (e la conseguente possibile partecipazione britannica alle elezioni europee di maggio). Si tratterebbe di cercare maggioranze trasversali diverse su ipotesi di accordo alternative a quella della premier. La prima sul tavolo è il piano B del leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, per una Brexit più soft, quasi una ‘semi Brexit’, destinata a lasciare fra l’altro il Regno nell’unione doganale e parzialmente allineato al mercato unico. La seconda, molto simile, quella del cosiddetto modello ‘Norvegia plus’. La terza infine, decisamente più hard, ma anche decisamente meno digeribile a una qualsiasi maggioranza allargata che vada oltre i Conservatori, sarebbe viceversa improntata al modello ‘Canada plus’, che di fatto ridurrebbe i legami futuri fra Gran Bretagna e Ue a una trattato di libero scambio privilegiato.

4) ELEZIONI POLITICHE ANTICIPATE. Se lo stallo si cementasse definitivamente, o se le voci ricorrenti di dimissioni della coriacea Theresa May diventassero realtà, il ritorno alle urne sarebbe la conseguenza più diretta. Verificata l’inesistenza di un coalizione di governo alternativa in seno alla Camera dei Comuni attuali, lo scioglimento dell’assemblea e la convocazione di un nuovo voto anticipato, dopo quello del 2017, diverrebbe automatico e il dossier verrebbe lasciato al futuro governo: anche accompagnato necessariamente da uno slittamento a lungo termine della Brexit, salvo no deal.

5) SECONDO REFERENDUM. È l’opzione preferita dai pro Remain più irriducibili. Politicamente difficile da gestire sia per i Tories sia per il Labour di Corbyn, potrebbe tuttavia restare alla fine l’unica soluzione sul piatto. Si tratterebbe d’indire un nuovo Peoplès Vote, verosimilmente con la possibilità di scegliere fra un qualunque accordo di divorzio, un no deal e la revoca tout court della Brexit. I problemi tuttavia sarebbero molti: occorrerebbe inventare una maggioranza favorevole certa ai Comuni (che finora non si è appalesata); superare i timori di una campagna referendaria bis inevitabilmente aspra, divisiva e carica di recriminazioni; e risolvere il nodo tecnico di un iter normativo di preparazione che secondo gli esperti darebbe lavoro al Parlamento per ben una decina di mesi.

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