Allattamento: che cosa fare se il seno fa male

di Valentina Murelli

Alle prime poppate un minimo dolore può essere normale. Ma se il dolore non passa, è molto intenso, e compaiono lesioni, arrossamenti o gonfiori la situazione potrebbe essere più seria. Ecco come intervenire in caso di ragadi, ingorgo, mastite o altri disturbi.

“Diciamolo subito: allattare non deve provocare dolore e spesso tutto va per il meglio”. Parola della ginecologa Paola Pileri, esperta di patologia della gravidanza e di allattamento dell’Ospedale Sacco di Milano. “Se però il seno fa male, e non si tratta solo di un fastidio temporaneo legato alle prime poppate, è il caso di indagare meglio, per capire le cause del dolore e porre rimedio. Con alcuni accorgimenti, un po’ di pazienza e, se serve, qualche farmaco, la situazione si risolve nel giro di pochi giorni”.

In effetti è vero: non sempre l’allattamento è un idillio, specialmente all’inizio. Un attacco non corretto del piccolo alla mammella, oppure particolari predisposizioni anatomiche, infezioni, o addirittura un forte stress della mamma possono portare a ragadi, ingorghi, mastiti, ma anche candida o vasospasmo. Tutte condizioni responsabili di dolore al seno, talvolta così forte da risultare insopportabile e scoraggiare anche le mamme più motivate all’allattamento.

Ragadi, ingorghi e mastiti si verificano in genere nelle prime settimane di allattamento, mentre candida e vasospasmo possono verificarsi anche a distanza di mesi o addirittura di anni, per le donne che allattano in modo prolungato” chiarisce Pileri. Vediamo allora quali sono le condizioni principali che possono provocare dolore al seno durante l’allattamento e cosa fare per farlo passare.

 

1. Il male delle prime poppate
Talvolta, nelle primissime poppate, si può avvertire un fastidio o un piccolo dolore al capezzolo, come se questo venisse tirato con forza o addirittura “stappato”. “È una condizione dovuta allo stiramento dei dotti galattofori, che si verifica per l’effetto ventosa che fa il bambino quando si attacca e succhia” spiega la ginecologa.

In questi casi non c’è nulla di cui preoccuparsi: “Il dolore – ma spesso è solo un fastidio – dura per pochi secondi all’inizio delle prime poppate. Dopo due/tre giorni non si avverte più nulla”.

Male al seno quando si allatta, ecco come prevenirlo

Alcune piccole strategie possono essere d’aiuto nel prevenire disturbi responsabili di dolore al seno durante l’allattamento. Ecco quali sono, secondo le indicazioni di Unicef e Organizzazione mondiale della sanità sull’allattamento al seno e i consigli di Paola Pileri, ginecologa dell’Ospedale Sacco di Milano.

Stare con il proprio bambino il più possibile, fin dalla nascita. “Questo è fattibile nella grande maggioranza dei casi, a meno che non ci siano problemi particolari di mamma e bambino” commenta Pileri. Subito dopo il parto vanno favoriti il contatto pelle a pelle e il rooming in, cioè la possibilità per mamma e neonato di stare insieme nella stessa stanza.

Non avere pregiudizi: ogni bambino è diverso, non c’è una regola fissa per tutti, anche rispetto a com’è andato l’allattamento con bambini precedenti.

Chiedere aiuto, se c’è il dubbio che il bambino no si attacchi in modo corretto. “In ospedale, un operatore esperto dovrebbe controllare subito l’attacco e vedere come interagisce la coppia mamma-bambino fin dalle prime poppate” spiega la ginecologa.

Cercare di attaccare il bimbo ai primi segnale di fame, cioè quando apre la bocca, gira la testa di lato, si porta le mani alla bocca. “Se si aspetta quando il bambino è troppo affamato e piange disperatamente, tutto diventa più difficile, perché posizionarlo bene al seno è più complicato”.

Attaccarlo sempre a richiesta, anche se nei primi giorni di vita questo può significare farlo 15 volte al giorno.

2. Le ragadi
Sono vere e proprie lesioni che si formano sul capezzolo: in alcuni casi si tratta di tagli, anche profondi, che possono essere localizzati al centro del capezzolo stesso oppure ai bordi. In altri casi la ragade ha l’aspetto di un’abrasione, come se fosse venuto via il primo strato di pelle. Queste lesioni possono sanguinare e si accompagnano sempre a un dolore piuttosto intenso, soprattutto nel momento dell’attacco.

Le ragadi si formano perché il capezzolo va a sfregarsi di continuo sul palato del bambino, invece che rimanere fisso senza muoversi in fondo al palato stesso”, spiega Pileri. Questo può succedere per due motivi principali:

  • Perché il bambino non si attacca in modo corretto;
  • Perché alcune caratteristiche anatomiche della mamma o del piccolo rendono l’attacco più difficoltoso. Succede per esempio nel caso di capezzoli rientranti o se il bambino ha il frenulo linguale troppo corto.

In caso di ragadi, si possono fare varie cose per risolvere la situazione, alleviando il dolore sul momento ed evitando che le lesioni progrediscano o che se ne formino di nuove.

  • La prima cosa da fare, ovviamente con l’aiuto di un esperto, è rivedere la posizione della poppata, perché evidentemente il bambino non si sta attaccando bene. Se si è ancora ricoverate si può chiedere aiuto in ospedale, oppure a un consultorio o a un esperto di allattamento quando si è già a casa. Gli esperti spiegheranno come attaccare correttamente il piccolo, ogni quanto farlo, quali posizioni provare (sdraiata, a culla, incrociata, rugby).
  • Mantenere il più possibile il seno all’aria, coprendolo poco. Naturalmente, in modo compatibile con gli impegni “sociali” della neomamma.
  • Coprire il capezzolo con qualche goccia di colostro o di latte, che aiutano la cicatrizzazione delle ferite. “Non servono pomate particolari, ma se proprio si desidera mettere qualcosa, si possono scegliere creme concentrate a base di vitamina E” commenta Pileri.
  • Non c’è motivo di soffrire: se serve si può tranquillamente prendere un antidolorifico. “Paracetamolo o ibuprofene ad alto dosaggio, da assumere tre volte al giorno, in modo che funzionino sempre” consiglia la ginecologa. “Questi farmaci riducono il dolore e l’infiammazione e sono ovviamente compatibili con l’allattamento”.

L’attacco corretto
Il primo passo fondamentale per un buon allattamento è che il bimbo si attacchi al seno in modo corretto. Ecco quali sono gli indizi che va tutto bene, secondo il dossier Allattamento al seno: tra arte, scienza e natura del Ministero della salute:
 La bocca è ben aperta e le labbra sono estroflesse;
– Il bambino ha in bocca oltre al capezzolo anche buona parte dell’areola (si deve vedere più areola libera sopra la bocca del bambino che sotto);
– Il mento del bambino è a contatto con la mammella.

3. L’ingorgo mammario
Il seno si presenta teso, duro, dolente e a volte può esserci un po’ di febbre, più bassa di 38-38,5° C: ecco i sintomi di un ingorgo mammario, una condizione che si verifica quando c’è uno squilibrio tra la domanda di latte da parte del bambino e l’offerta da parte della mamma, che ne produce più di quanto il piccolo riesce a succhiare. In questi casi, il seno non viene drenato in modo adeguato e si possono appunto creare degli ingorghi.

Può succedere nei primi 40 giorni, durante la fase detta di calibrazione, nella quale la produzione di latte si sta adeguando alle richieste del bimbo” spiega Pileri. Ma l’ingorgo può formarsi anche in altre situazioni: “Per esempio se si passa da un allattamento a richiesta a uno ad orari fissi, o se per qualche ragione il bambino cambia abitudine: magari cambia il clima – da molto caldo a più fresco – e il piccolo all’improvviso poppa meno”. Anche le protesi della mammella, applicate in chirurgia plastica additiva possono bloccare meccanicamente la fuoriuscita di latte e lo stesso può succedere se si indossano indumenti o reggiseni molto stretti o con ferretto.

Ecco come intervenire in caso di ingorgo:

  • Attaccare il bambino più spesso, perché aiuti il drenaggio del seno;
  • Se la tensione è insopportabile e il bambino non vuole o non può attaccarsi, si può anche svuotare il seno in modo manuale, con l’accortezza di farlo solo quel tanto che basta ad alleviare il disagio. “Se lo si svuota completamente, il messaggio che arriva è che occorre produrre più latte, quindi l’operazione diventa controproducente” spiega Pileri.
  • Prima della poppata si può effettuare un impacco caldo-umido con acqua, per favorire la fuoriuscita del latte. Dopo la poppata, invece, un impacco freddo aiuta ad alleviare i sintomi.
  • In genere in caso di ingorgo l’antidolorifico non è necessario, perché si tratta di una situazione piuttosto blanda. Se però il dolore è forte, o comunque tale da interferire con l’allattamento che magari è appena iniziato ed è “fragile”, si possono utilizzare farmaci come paracetamolo o ibuprofene.

4. La mastite
I sintomi della mastite sono molto caratteristici: una parte del seno si presenta molto arrossata, calda, dolente e dura. Oltre a questo, c’è un malessere generale e la febbre sopra i 38° C.

La mastite può dipendere da due cause principali:

  • Infiammazione di natura meccanica, che può dipendere da un attacco scorretto, da un’eccessiva pressione sul seno, per esempio in caso di reggiseni troppo stretti o con ferretto, dalla presenza di un ingorgo non trattato in modo adeguato. “Anche un forte stress della mamma può portare all’insorgenza di una mastite” spiega Pileri. “Questo perché lo stress inibisce la sintesi dell’ormone ossitocina, che è fondamentale per il riflesso di uscita del latte. Se la mamma è molto stressata, può darsi che il bimbo, anche succhiando correttamente, non riesca a far uscire del tutto il latte, che ristagna provocando infiammazione”.
  • Infezioni batteriche, per esempio perché ci sono delle ragadi profonde, attraverso le quali penetrano dei batteri, o perché la mamma ha basse difese immunitarie.

La mastite può comparire nelle prime settimane di allattamento oppure intorno ai 3/4 mesi, al momento del ritorno al lavoro. “In questo casi il cambio di schema dell’allattamento può portare a squilibri nella produzione di latte, con accumuli che possono portare a infiammazione” chiarisce la ginecologa.

Ecco come si interviene in caso di mastite:

  • La prima cosa da fare è aumentare la frequenza delle poppate, per favorire lo svuotamento del seno. Se l’attacco è troppo doloroso o se il bambino non può attaccarsi – per esempio perché la mamma è tornata al lavoro – va bene anche lo svuotamento manuale del seno.
  • Molto importante controllare bene la posizione del bambino durante la poppata: “Ricordiamo che l’area a contatto con la guancia del piccolo viene drenata più efficacemente” precisa Pileri.
  • Se la mastite si accompagna a un ingorgo, bene effettuare degli impacchi: caldo-umido prima della poppata, per favorire lo svuotamento del seno e freddo dopo la poppata, per il suo effetto antinfiammatorio. “Se non c’è ingorgo gli impacchi caldi non servono, mentre possono dare un certo sollievo quelli freddi”.
  • Come nel caso delle ragadi, non c’è motivo di soffrire. Sì dunque agli antidolorifici, paracetamolo e ibuprofene. “Spesso non se ne può proprio fare a meno” commenta Pileri.
  • Dopo 24 ore dalla comparsa dei sintomi, se non c’è stato alcun miglioramento con le strategie proposte e la febbre non si è abbassata, il medico valuterà se è il caso di somministrare un antibiotico (compatibile con l’allattamento).

La mastite è una condizione che, se ben curata, si risolve senza problemi. Non va tuttavia trascurata, perché può portare a una complicazione importate, cioè l’ascesso.

 

5. La candida
Si tratta dell’infezione da parte di un fungo e comporta un dolore fortissimo simile a spilli o a una pugnalata, che può persistere o addirittura peggiorare anche dopo la poppata. “A volte, la mamma rifiuta addirittura di attaccare il bambino, tanto è intenso il male che prova” spiega Pileri. A parte il dolore particolare, non ci sono molti segni caratteristici: “Il seno può apparire rosato o lucido, ma spesso non si vede nulla”.

Diverse le possibili cause: condizioni, come le ragadi, che possono facilitare la comparsa di infezioni, trattamenti antibiotici della mamma che provocano uno squilibrio nelle popolazioni di microrganismi che popolano l’organismo, favorendo l’insorgenza dell’infezione, mughetto del bambino.

Il trattamento prevede la somministrazione di pomate antinfungine.

6. Il vasospasmo
Si tratta di una condizione che interessa soprattutto le donne con malattie autoimmuni, come l’ipotiroidismo, ma può verificarsi anche in altre mamme. È caratterizzato da un dolore molto intenso, anche in questo caso tipo pugnalata, che spesso interessa anche la schiena. “A volte questo dolore compare anche al di fuori della poppata” afferma Pileri.

Dipende da una particolare costrizione dei vasi sanguigni, che viene tipicamente scatenata da sbalzi termici. Per questo, può essere utile cercare di mantenere il seno al caldo, coprendolo oppure praticando un piccolo massaggio o applicando una boule dell’acqua calda.

“Come terapia possono essere utili vitamine del gruppo B ed eventualmente un farmaco chiamato nifedipina, da utilizzare a basse dosi e con attenzione, perché provoca abbassamento di pressione”.

da www.nostrofiglio.it

@Riproduzione Riservata del 17 ottobre 2018

 

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